Dintorni

Curiosando nei dintorni, fra i tanti volti della Sardegna

Visitando la Sardegna ci si rende conto che il fascino dell’entroterra non teme il confronto con la bellezza del mare e della costa. Tante piacevoli occasioni di svago sono costituite dallo shopping fra i borghi caratteristici delle cittadine, unitamente all’opportunità di approfondimenti culturali in una terra ricca di aspetti e tradizioni.

Abbiamo qui tracciato a grandi linee un elenco che propone alcuni tra gli innumerevoli itinerari possibili in Sardegna, estratti dalla pubblicazione “Glamour Sardinia” della Camera di Commercio di Sassari.

Percorsi Naturali in Città

Percorsi Naturali in Città

Sassari è la seconda città della Sardegna per dimensioni e numero di abitanti (circa 120.000).
Il centro storico è caratterizzato da vicoli lastricati, archi e sottopassaggi e piccole piazze, dove si affacciano splendidi palazzi. La parte antica della città era protetta da una cinta muraria, iniziata nel XIII sec. dai pisani, ripresa dai genovesi e modificata dagli aragonesi.

Nel 1330 venne edificato il Castello Aragonese, in seguito demolito nel 1877 per la costruzione della Caserma Lamarmora.

Sassari continuò a mantenere il tipico aspetto di città medioevale fino alla metà dell’800, quando il processo di espansione urbanistica costrinse a rinunciare alla cinta muraria, della quale però restano tuttora molte tracce.

Tra i tanti monumenti da visitare ricordiamo:

– la Cattedrale di San Nicola , del XII secolo;

– la chiesa della Trinità (1640);

– la chiesa e il chiostro di Santa Maria di Betlem , del XIII secolo;

– Corso Vittorio Emanuele II , via principale del centro storico, con numerosi negozi e antichi palazzi;

– la bellissima fontana di Rosello , costruita da artisti genovesi nel 1606;

– Piazza d’Italia , realizzata nel 1872 su una superficie di 1 ettaro, è circondata da diversi palazzi in stile liberty. Qui si affacciano il Palazzo Giordano, in stile neogotico, e il bellissimo Palazzo della Provincia del 1880 in stile neoclassico.

– il Palazzo Ducale , dove ha sede il municipio , il palazzo dell’ Università di Sassari , costruito tra il 1611 ed il 1651, i palazzi del periodo umbertino (XIX secolo).

Ha compiuto 100 anni ma non li dimostra.
Da oltre un secolo la penultima domenica di maggio la tradizionale Cavalcata Sarda anima la città di Sassari con un tripudio di colori, suoni e balli. La prima Cavalcata Sarda ufficiale fu festeggiata il 20 aprile del 1899 in onore di re Umberto I e Margherita di Savoia, venuti a Sassari per l’inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele II nella Piazza d’Italia.
La giornata si concluse con una spettacolare cavalcata in costume, dove sfilarono tremila persone provenienti da tutta la provincia e seicento cavalli.

Tra le edizioni memorabili di questo evento sono comprese sicuramente le due edizioni per festeggiare i reali d’Italia, del 1929 e del 1939 e l’edizione del 1951, quando la Cavalcata fu organizzata in occasione del XV Convegno nazionale del Rotary Club: fu questa la prima volta in cui sfilarono anche cavalieri e figuranti della provincia di Nuoro.

La manifestazione ebbe un tale successo che da allora la Cavalcata Sarda è un evento atteso e partecipato da tantissime località di tutta l’isola. Da allora ogni anno centinaia di persone vestite con gli abiti tradizionali arricchiti da preziosi gioielli in filigrana e corallo sfilano in una cornice di grande allegria.

Oggi la Cavalcata Sarda è un raduno festoso di turisti e visitatori che lungo il percorso della sfilata ammirano i figuranti, si lasciano coinvolgere nelle danze e affollano le bancarelle di prodotti tipici. Conclusa la sfilata la festa continua nelle piazze della città: i gruppi folcloristici si esibiscono in danze tradizionali e i cantori sardi danno vita a divertenti gare di poesia.

La città catalana è un vero unicum storico e ambientale del nord Sardegna.
Fondata dai Genovesi nell’XI secolo, Alghero divenne una colonia catalana nel 1354.
Ancora oggi i suoi abitanti parlano il dialetto catalano e le vie del centro storico sono indicate con nomi in lingua italiana e catalana.
La dominazione aragonese – spagnola durò fino al 1720.

Che Alghero sia “città catalana” è evidente non solo per via della lingua, delle tradizioni, dei costumi, della gastronomia, ma anche per i suoi bellissimi monumenti in stile gotico-catalano con influenze architettoniche arabe. Ne ricordiamo alcuni:

– gli elegantissimi campanili e la Cattedrale dedicata a S.Maria (XVI secolo), che si suppone sia l’adattamento di una preesistente moschea araba;

– la chiesa e il chiostro di San Francesco , costruiti nel ‘400;

– la Casa Doria, residenza dell’antico governo;

– il bel palazzo d’Albis sulla Piazza Civica, esempio di architettura gotica del secolo XVI con monofore e bifore;

– la chiesa di San Michele , (XVI secolo) con la famosa cupola rivestita da maioliche policrome;

– Le imponenti torri d’avvistamento e i bastioni eretti a difesa della città racchiudono il centro storico, la cosiddetta “città murata”.

Curiosità: quando Carlo V sostò nella città

Il palazzo d’Albis fu residenza del governatore della città e sede temporanea del viceré dell’isola. Il palazzo, di proprietà degli omonimi proprietari, ospitò nel 1541 l’imperatore Carlo V, di passaggio ad Alghero durante la spedizione contro Algeri. Si narra che l’imperatore, affacciatosi ad una delle finestre del palazzo, abbia definito la città ” Bonita por mi fè, y bien asentada”: questa frase, di difficile traduzione, significa più o meno “graziosa, carina e collocata in un’eccellente posizione”.

La storia del piccolo borgo medioevale di Castelsardo ha origini davvero lontane.
Il territorio in cui sorge è ricco di nuraghi e domus de janas, tra cui quella sormontata da una roccia a forma di Elefante.

Castelsardo, circa 5.000 abitanti, sorge su uno sperone di roccia affacciato sul mare del golfo dell’Asinara.

Venne fondato dai Doria nel 1102 col nome di Castel Genovese.
Nel 1438 fu conquistato dagli aragonesi, che smantellarono parzialmente le fortificazioni e mutarono il nome in Castel Aragonese.
Solo nel 1769, una volta passata ai Savoia, la cittadina fu chiamata Castelsardo.

Porto Torres sorge su un promontorio calcareo al centro del Golfo dell’Asinara.
Venne fondata dai cartaginesi e durante il periodo romano fu uno dei più importanti centri commerciali del Mediterraneo: importanza che rimane ancora oggi con il porto industriale e civile recentemente ampliato e rinnovato.
A testimoniare il glorioso passato di Turris Libyssonis, così veniva chiamata dai Romani, rimangono i resti del Palazzo di Re Barbaro, il ponte romano caratterizzato da sette arcate disuguali, e numerose Terme tra cui quelle di Diocleziano.

A testimoniare il periodo di dominazione spagnola c’è ancora una splendida Torre aragonese.

Curiosità: alla ricerca dei santi perduti

Secondo la tradizione i tre santi martiri Gavino, Proto e Giannuario furono decapitati sulla roccia di Balai nel III secolo d.C. per ordine dell’imperatore Diocleziano. I corpi furono recuperati grazie a un imponente scavo ordinato nel 1614 dall’arcivescovo di Sassari, Gavino Manca de Cedrellesche e poi riposti in tre sarcofagi dentro la cripta della Basilica di San Gavino.

Testimonianze di Antiche Civiltà

Testimonianze di Antiche Civiltà

È la chiesa romanica più famosa della Sardegna. Si trova a soli 16 km da Sassari, nel territorio comunale di Codrongianus ed è costruita con blocchi basaltici scuri alternati a blocchi di calcare bianco. La facciata ha due ordini di arcate con decorazioni in pietra e ceramica mentre il campanile, alto 40 metri, completa un meraviglioso complesso architettonico di grande equilibrio.
La chiesa divenne una delle badie più celebri dei monaci camaldolesi fino all’inizio del XV secolo; in seguito fu affidata alla conduzione di un abate commendatario.

Curiosità: dalle preghiere di una mucca .

Sull’origine del nome “Saccargia”, sono state tramandate diverse leggende.
La più curiosa narra di una mucca pezzata di bianco e nero che ogni giorno si spostava dal pascolo e offriva il suo latte ai frati di un convento, inginocchiandosi sul dorso in atteggiamento di preghiera. La chiesa nasce proprio sul luogo di preghiera della mucca. Da qui la dizione “sa acca argia” che significa “la vacca dal pelo maculato”. Probabilmente non è quindi un caso che scolpita nei capitelli del loggiato superiore ci sia proprio l’immagine di una mucca!

Il nuraghe di Palmavera è una reggia nuragica. Oltre tremila anni fa era abitata da un re che governava su un grande villaggio. Era un re buono e democratico che prima di prendere importanti decisioni radunava i capi tribù nella “capanna delle riunioni”. Gli ambienti del nuraghe testimoniano un utilizzo pubblico della struttura e fanno pensare che esistesse una vera e propria organizzazione nuragica democratica! Ma cosa decideva questo sorprendente “parlamento nuragico”?
Possiamo solo fare delle ipotesi.
Probabilmente gli argomenti dovevano essere molto simili a quelli moderni e cioè i bisogni interni, gli scambi con l’esterno e forse anche le strategie di difesa dalle tribù vicine.

La storia di questo nuraghe e del suo villaggio è un po’ complessa: dal XV al X secolo a.C., viene costruita la torre centrale e alcune capanne; attorno al IX secolo a.C. si costruisce la seconda torre, il corridoio, la grande capanna, ed altre capanne intorno; tra il IX e l’VIII secolo a.C. viene costruito il muro esterno.

Il nuraghe fu abbandonato definitivamente alla fine dell’ VIII secolo a.C. Perché? Non lo sappiamo, questo è uno dei tanti misteri.

Dopo l’abbandono del nuraghe Palmavera il controllo del territorio passò al nuraghe S. Imbenia. Sia il nuraghe che il villaggio appartengono infatti a una fase piuttosto avanzata della civiltà nuragica. Ma la storia di questi luoghi ha qualcosa di diverso e misterioso.

Cosa si nasconde dietro ai numerosi reperti greci e fenici ritrovati all’interno del nuraghe?
Quali relazioni commerciali aveva il villaggio?
Il ritrovamento di un’anfora fenicia piena di lingotti di rame è forse una parziale soluzione.
In questi luoghi c’era probabilmente un vero e proprio emporio nuragico frequentato dai fenici interessati ai metalli.

Questi scambi, regolari e piuttosto intensi, dovrebbero risalire all’Età del Ferro, tra la fine del IX secolo a.c. e l’inizio dell’VIII: un’epoca decisamente avanzata per la civiltà nuragica e per la vita stessa del villaggio di Sant’Imbenia, le cui tracce più antiche sono databili al Bronzo medio (1600-1300 a.c.).

Certo è che i nuragici di Sant’Imbenia non solo erano abili commercianti ma è probabile che gli scambi fossero favoriti dalla presenza all’interno del villaggio di una piccola comunità fenicia che contribuiva a rafforzare le relazioni commerciali.

Percorsi Naturalistici

Percorsi Naturalistici

Lentamente la bellissima e selvaggia Isola dell’Asinara ha riacquistato la libertà.
Per oltre un secolo hanno avuto accesso all’isola solo i detenuti del carcere e i loro custodi. Pochissime altre persone hanno visto l’Asinara durante questo periodo, solo operai o tecnici chiamati a lavorare nel carcere e rigorosamente scortati dalle guardie. Questi “fortunati” al loro rientro incantavano parenti e amici descrivendo l’Isola del Carcere con racconti surreali.
Parlavano di cavalli liberi e selvaggi che si inseguivano nelle spiagge, di asinelli bianchi che osservavano intimiditi il passaggio di questi rari visitatori, di mufloni, lepri e cinghiali che sbucavano all’improvviso nelle stradine.

Oggi a questi racconti si uniscono quelli di migliaia di altre persone che dal 1999 visitano l’isola dell’Asinara, divenuta Parco Nazionale nel 1997. Ma anche se è visitabile da tutti durante tutto l’anno, l’Asinara conserva completamente inalterato il suo spettacolare ambiente.
Lungo i 26 chilometri dell’isola, da Fornelli, punto di approdo per chi arriva da Stintino, fino all’estremità nord di Cala d’Oliva, è un susseguirsi di calette, prati fioriti, sabbia, scogli lavorati dai venti circondati da un mare che varia di continuo, dal celeste al cobalto, dal turchese al blu intenso.

Per individuare con una visione d’insieme la forma sinuosa che è all’origine del suo nome ( Sinuari, in latino), bisogna salire a Punta della Scomunica (408 metri). La costa ovest è un susseguirsi di falesie, canali, spaccature e rocce a picco; quella est digrada più dolcemente nelle profondità marine, con spiagge sabbiose e scogli calcarei.

A Fornelli il primo impatto è con un edificio bianco in cemento armato, dominato da due severe torrette di sorveglianza. Era il carcere di massima sicurezza, dove sono passati mafiosi e brigatisti. Dopo qualche minuto di strada, sulla sinistra si vedono i resti di un castello duecentesco, il Castellaccio, mentre a destra il colore dell’acqua di cala Sant’Andrea richiama il colore dei mari tropicali. L’Asinara ospita una fauna e una flora pregiate e particolarissime: i suoi gioielli sono la “centaura orrida”, un vero e proprio fossile vivente e i famosi asinelli bianchi, protagonisti di tante foto ricordo dei turisti.

Tra i punti più belli quello più stretto dell’isola, poco a nord di Fornelli: come in un istmo solo 240 metri separano “Cala Sgombro di fuori” da “Cala Sgombro di dentro”, e, secondo il vento, da una parte il mare è calmo e dall’altra increspato dalle onde. L’Asinara non ha ancora finito di stupire e continua a restituire testimonianze di un passato lontano, tanto che recentemente sul fondale di Cala Reale è stato rinvenuto il carico di una nave romana del IV o V secolo d.C.

Curiosità: gli asinelli bianchi

C’è chi dice che siano arrivati dall’Egitto, portati da un eccentrico marchese, e chi è sicuro che siano approdati sull’isola in seguito a un naufragio. Molto più probabilmente, dicono gli studiosi, sono eredi di un antenato grigio. Quale che sia la loro origine, i piccoli asini albini dal candido mantello bianco, pascolano da tempo imprecisabile sull’Asinara. Sono diventati il simbolo del parco e oggi accolgono curiosi i turisti che sbarcano sulla loro terra.

Procedendo lungo la costa verso Alghero, appare l’imponente penisola rocciosa di Capo Caccia, protesa nel mare come la prua di una nave.
Le falesie che scendono a picco nel blu, le isole Piana e Foradada, così chiamata perché attraversata da una galleria a pelo d’acqua, e tutta l’ampia insenatura di Porto Conte, fino a Capo Galera, fanno parte di una riserva marina, fra le più ricche della costa sarda.

Protagonista assoluto dei fondali è il corallo rosso: basta immergersi sotto gli archi e le volte creati dalla forza del mare, per vedere, tra dentici e granchi, le sgargianti colonie del pregiato animale che ha certo contribuito ad accrescere la notorietà di Alghero, “capitale del corallo Mediterraneo”. Ma ci sono anche tesori meno appariscenti e altrettanto preziosi. Per esempio l’immensa prateria di posidonie che spazia nel riparato Golfo di Porto Conte. Le lunghe foglie a forma di lamina, che formano verdi distese a perdita d’occhio, sono un inaspettato scrigno di biodiversità, vario quanto una foresta tropicale: qui tantissimi pesci, ricci, crostacei, molluschi tengono agguati e cercano a loro volta di sfuggire ai predatori. La forza del mare ha scavato nei fianchi di Capo Caccia una serie di grotte.

Le più celebri e visitate sono le Grotte di Nettuno : si può arrivare direttamente col battello ma per i più arditi esiste anche un accesso dalla terraferma attraverso i 654 gradini che compongono la “Escala del Cabirol” (Scala del Capriolo).

Se Capo Caccia dimostra di essere un paradiso per i sub, anche chi leva lo sguardo al cielo non resta deluso. Stupefacenti spettacoli sono offerti dai falchi pellegrini, che si esibiscono in vertiginose picchiate all’inseguimento dei piccioni selvatici; e non è difficile scorgere le sagome dei grifoni, i grandi avvoltoi che su queste pareti rocciose hanno i loro ultimi nidi del nostro paese .
Nella zona nord occidentale del promontorio intorno a Punta Cristallo c’è un’oasi faunistica chiamata Arca di Noè.
Qui vivono indisturbati daini, donnole, mufloni cavallini della Giara e cinghiali.